passato, presente e futuro

Editoriale: GNU/Linux passato, presente e futuro

In questi giorni, grazie ad un progetto legato a questo blog, sono andato a alla ricerca di vecchie distribuzioni e facendo un rapido calcolo mi sono reso conto che utilizzo stabilmente GNU/Linux da ben 18 anni (il mio TUX, mascotte di Linux,  può firmarsi le giustificazioni) . Il mondo GNU/Linux è cambiato molto in questi anni da qui l’analisi passato, presente e futuro.

Il passato: 18 anni fa (anno 2000)

La prima volta non si scorda mai

La mia prima distribuzione è stata RedHat 5.0 reperita nei corridoi della facoltà di informatica dell’università di Pisa. GNU/Linux era installato sulle macchine dei laboratori e la curiosità era tanta, l’esperienza quasi nulla.
Giunto a casa decisi di brutalizzare il mio potentissimo Celeron 266 (uno degli ultimi processori grandi come una scheda video che si inseriva nella slot come le PCI), risultato? Il disastro più assoluto!!! Dopo ore di installazione (dove passavano scritte per lo più a me ignote) mi sono ritrovato con una schermata a ragnatela e un cursore a forma di X gigantesco che si rifiutava di muoversi.

Il Geek testardo

Da bravo Geek, e per giunta testardo come una Lanterna Verde, dopo alcuni giorni di invocazione di divinità ho optato per una distribuzione più recente (non lo sapevo ma Redhat 5.0 era già vecchia) e sono riuscito ad avere un desktop funzionante con una fiammante Mandrake Linux 5.3. Tale distribuzione derivata da Redhat montava il nuovo fiammante KDE 1.1 e se non ricordo male il kernel Linux 2.2. Redhat 5.2 montava Gnome 1 che graficamente era ancora molto simile a KDE, almeno così mi hanno detto, io qui vedevo ancora la X gigantesca (che almeno si muoveva).
Nell’immagine che segue potete ammirare il mitico KDE 1 (un mix fra Windows 98, un topo maschio e il KDE attuale):

passato, presente e futuro

L’immagine reperita in Internet è abbastanza storica e riporta anche  l’icona a forma di timone propria di Netscape (secondo alcuni il progetto che ha dato il via all’open source come lo conosciamo oggi).

Primi anni del nuovo secolo

Il mondo GNU/Linux era ancora in evoluzione ed era necessario fare moltissima attenzione nella scelta dell’hardware. Mi ricordo ancora le notti passate a far riconoscere alla mia potente Slackware una comunissima pennina USB Wireless. Alla prima connessione la soddisfazione fu molta, anche se per farla funzionare dovevi appoggiarti ai driver di Windows (orticaria potente) e la cifratura WPA non era prevista (al solo nominarla il driver andava in freeze e la pennetta usciva dall’alloggiamento per andare a nascondersi impaurita).
Sono sempre stato un fan di KDE, con lo stesso potentissimo PC ho compilato (dando una serie infinita di comandi da terminale) KDE 2.0 operazione che ha necessitato tutta la notte e buona parte della mattina (grazie alla serie infinita di comandi è andato tutto in automatico).

Il presente: Anno 2018

Il kernel Linux dopo circa 18 anni è il più utilizzato al mondo, è leader nei server e negli smartphone (come sapete Android monta il kernel Linux) ma nel desktop ancora non decolla.
La situazione è molto cambiata: installare una distribuzione richiede poco più di 20 minuti, nel 99% dei casi l’hardware viene riconosciuto al primo colpo (senza intervento) e i moderni DE (desktop manager) sono più che intuitivi. Allora perché?
I motivi sono tanti ne riporto solo alcuni:

  1. Windows in quanto preinstallato viene accettato dall’utente comune;
  2. Per i motivi riportati in questo articolo è ancora vitale avere macchine Windows nelle aziende creando l’accettazione di cui sopra;
  3. L’utente non appassionato non ha interesse a documentarsi e/o sperimentare;
  4. La categoria di persona che si fingono/credono esperte note al mondo con l’appellativo di “mio cuggino” è dappertutto. E’ facilissimo incontrarle nei luoghi di aggregazione (vedi fuori da scuola quando si va prendere i figli) sono molto convincenti e possono installarti Google in pochi minuti;
  5. La scelta punto di forza dell’open source, porta fuori strada i nuovi utenti

Mi soffermo direttamente sul punto 5: la scelta.
E’ punto di forza di GNU/Linux, chiunque può scegliere quale DE preferisce usare e quale distribuzione si adatta di più alle sue necessità ma ammettiamolo la situazione ci è sfuggita di mano. Basta recarsi al sito distrowatch.com (che storicamente ci tiene informati relativamente alle nuove uscite) per avere un mancamento. Si registrano migliaia e migliaia di distribuzioni, molto spesso derivate dalla distribuzione più in voga al momento. Ubuntu conta centinaia di derivate e Debian migliaia. Ma cosa cambia fra una derivata e l’altra? Il problema è proprio quello: poco e niente.
Come se non bastasse spesso le distribuzioni hanno i cosiddetti flavour: iso specifiche dove la base resta la stessa ma cambia il desktop manager predefinito.

Distribuzioni e flavour

La distribuzione Ubuntu per il mercato occidentale offre ben 6 flavour:

  • Ubuntu (Gnome 3)
  • Ubuntu Mate (con desktop MATE)
  • Ubuntu Budgie (con Budgie desktop, DE innovativo sviluppato dai creatori di Solus OS)
  • Kubuntu (con desktop KDE, utilizzata dalla KDE foundation come base per creare la derivata KDE Neon)
  • Xubuntu (XFCE version)
  • Lubuntu (LXDE version)

Possiamo anche vedere che l’utente richiamando il sito Ubuntu.com si trova davanti due versioni della stessa distribuzione LTS e non LTS con relativi flavour.

LinuxMint è la derivata di Ubuntu più famosa,  si basa sull’ultima versione LTS, conta 5 versioni:

  • LinuxMint Cinnamon (desktop alternativo sviluppato in casa, fork di Gnome 3 senza la discussa Gnome Shell)
  • LinuxMint Mate (desktop alternativo  sempre sviluppato in casa e sempre fork di Gnome 3 ma con aspetto che ricalca quello di Gnome 2)
  • LinuxMint KDE (con desktop KDE, dal prossimo rilascio verrà abbandonata)
  • LinuxMint XFCE (con desktop XFCE)

La stessa LinuxMint offre LinuxMint LMDE basata su Debian stable invece su Ubuntu.

Il problema si presenta per tutte le principali distribuzioni, mentre in passato una distribuzione si sceglieva un Desktop manager di default rilasciando una sola iso. L’installazione di DE “alternativi” era prevista tramite pacchetti esterni o durante l’installazione (ad esempio RedHat 9 conta 3 CD, mentre Slackware ne contava 4).

E gli applicativi open source?

Gli applicativi spesso soffrono dello stesso problema è molto facile trovare un fork di un applicativo.
Si definisce fork un software, spesso open, creato a partire dai sorgenti di un altro progetto e sviluppato indipendentemente dallo stesso.

Aneddoto: il formato aperto e standard ODT poteva far si che le aziende e sopratutto le istituzioni abbandonassero Microsoft Office per passare a formati Open. Questo poteva portare molti vantaggi ad esempio nel dialogo con le pubbliche amministrazioni (per inviare dati alla regione toscana non dovrei più creare un file Excel con un software chiuso e a pagamento ma utilizzare un software gratis e open). La prima suite per l’ufficio a supportarlo (e per molto tempo anche l’unica) è stata OpenOffice. OpenOffice ha una storia travagliata è infatti passato di mano in mano, di proprietà in proprietà, finché un gruppo di sviluppatori (forse temendo un cambio di licenza) decise di prendere i sorgenti e crea Libreoffice. Nasce subito la Libreoffice Foundation che libera dai freni imposti dalle varie aziende porta avanti molto bene lo sviluppo. Sembra tutto molto bello ma sorge un problema (risolto da poco dal team di OpenOffice) scegliere OpenOffice o LibreOffice? La risposta per le aziende è stata semplice: Microsoft Office.

Altro caso: Unity (shell per Gnome 3 sviluppata da Canonical, madre di Ubuntu) non rende e/o trasformarlo in cosa doveva diventare non è un buon investimento a lungo termine. Canonical decide di abbandonare lo sviluppo, alcuni sviluppatori appassionati del progetto decidono di prendere i sorgenti e di continuare lo sviluppo. Peccato siano ad oggi dai 3 ai 4 i fork di Unity.

Questi sono casi limite ma spesso gli sviluppatori preferiscono fare un fork invece di lavorare insieme ad un progetto comune.

Il futuro

Se il mondo del pinguino (e del software Open Source) non cambia mentalità nel prossimo futuro, la situazione non cambierà e il nostro amato GNU/Linux resterà di nicchia.

Ma forse è quello che vogliamo?

Autore dell'articolo: fabrizio

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